caricamento...

Aprile 18, 2020

Dipendenti digitali

Sono stato imprenditore e sono stato dipendente, ritengo la sociologia del lavoro molto ingessata su sé stessa nel suo essere poco attuale ed ancorata al passato. Questo periodo di confinamento forzato consente invece una rapida riflessione sulla figura del dipendente, sul rapporto tra lavoro e vita, sull’efficienza personale. Ne scaturisce una previsione, forse azzeccata o forse no, sull’evoluzione del telelavoro e dello smartworking quando il coronavirus sarà ormai solo un lontano ricordo.

Partiamo da un semplice dato di fatto. Le misure di contenimento di prevenzione Covid-19 ci hanno costretto a lavorare da casa. Non tutti, ovviamente, ma un buon 60-70% a giudicare dai dati mobilità anonimizzati di Google. Inizia così una partita a scacchi tra Azienda e dipendente per ridefinire i ruoli ed il rapporto in essere.

L’Azienda è stata costretta a reinventarsi nei suoi processi per accomodare il lavoro da remoto e migrare il ciclo produttivo online. Si iniziano ad usare strumenti collaborativi prima di oggi impensabili per certe realtà professionali, sopratutto qui in Italia dove il rapporto con la tecnologia ed il progresso non è esattamente idilliaco. Cambiano le regole e gli assunti, a partire dal classico schema delle 40 ore settimanali. L’idea stessa di un ufficio diventa più labile, si inizia a diventare più aperti all’idea di lavorare con persone a distanza e ad apprezzarne i vantaggi.

Il dipendente inizia a godere le libertà di un lavoro senza più orari fissi e senza necessità di essere fisicamente presente, l’importante è portare a casa gli obiettivi. Diventa più produttivo, perché è nel suo interesse. Nel tempo guadagnato inizia a coltivare altri progetti ed altri clienti, magari dapprima solo nelle sere o nei weekend. C’è chi si innamora di questo stile di vita, si licenzia, apre partita IVA e diventa un freelancer.

L’Azienda si adegua, deve subire un vero e proprio processo di trasformazione per accogliere queste nuove forme di lavoro che subordinate non sono più. Se il cambiamento per arginare il propagarsi della pandemia è stato repentino ed istantaneo, si ha più respiro in questo nuovo lifting. Si parte alla ricerca di fondi e di nuovi metodi di rapportarsi col cliente, per compensare la meritocrazia e una gamification fatta di incentivi a collaboratori e dipendenti. Ovvio: ripartire un fatturato in un’Azienda di soli dipendenti è ben diverso dal dividere le fette di torta in un ambiente fatto di indipendenti che collaborano tra loro per il raggiungimento di uno scopo comune.

Il dipendente interiorizza questo nuovo modo di lavorare. Non è nemmeno più un dipendente. Si è meno specializzati e settoriali, si preferiscono soft-skills e cultura generale. Si può addirittura essere contemporaneamente dipendenti, indipendenti ed investitori. Si crea per sé stessi, assoldando competenze dei colleghi, e si crea per altri. Lo stipendio non è più un rituale a scadenza mensile, ma una gratifica a breve termine per la propria dedizione ed il proprio impegno. Si sceglie quanto tempo dedicare al business, al relax, alla formazione anche in maniera dinamica.

E’ il concretizzarsi della società liquida di cui parlava Bauman. La percezione è quella di lavorare meno e vivere di più nel quotidiano, nonostante la frenesia e la velocità del capitalismo non sia mai decelerata. La minaccia della perdita di lavoro perde di consistenza, perché ci saranno sempre nuove commissioni e clienti che necessitano delle tue competenze trasversali… no? Ci si convince sia sufficiente aggiornarsi, dopotutto. Ad alcuni potrà giustamente sembrare un pauroso salto nel vuoto. “Il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza”, come diceva il famoso sociologo. O, come piuttosto preferirebbe Edgar Morin, il prezzo del proprio desiderio di libertà è che “bisogna apprendere a navigare in un oceano d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza”. Sempre che ne abbiate, di certezze.

Posted in SociologiaTaggs: